8 agosto 2016

Sport e BodyShaming: qualche riflessione sull'approccio italiano al talento sportivo

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"Il trio delle cicciottelle" e il bodyshaming sportivo: il mio pensiero


Non sono un'esperta di sport, mentirei se dicessi il contrario. Ma sono un'appassionata di Olimpiadi. Le guardo con profondo rispetto e sincera ammirazione. Seguo ogni atleta e ogni disciplina, gioisco di qualsiasi risultato perché provo profonda stima nei confronti di chi ha dedicato la sua vita al sacrificio sportivo di così alto livello. Lo faccio spassionatamente ma credendoci. E per questo, quando ci vuole, mi incazzo.

Che cosa è successo?
Nella giornata di ieri, le atlete italiane di Tiro con l'Arco (Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia, nella foto di apertura) si sono guadagnate, nelle Olimpiadi di Rio da poco iniziate, il 4° posto nella gara a squadre nel femminile cioè il miglior risultato del tiro con l'arco italiano nella storia dei Giochi Olimpici. Queste ragazze hanno fatto, ieri, la storia dello sport. Il quotidiano nazionale Il Resto del Carlino, oggi, per ringraziarle di questo gesto portentoso frutto di anni di impegno, sacrifici e di un talento senza precedenti in Italia le chiama pubblicamente "il trio delle cicciottelle". Davvero? Davvero. Il web insorge e la pagina ufficiale del quotidiano è costretta a scusarsi. Ma le scuse sono quasi peggio del titolo in sé. Giuseppe Tassi (direttore QS), infatti, si scusa "se quel titolo ha urtato la sensibilità di alcuni nostri lettori ma l'intento di partenza non era né derisorio né discriminante" e aggiunge che è stato cambiato in seconda battuta con più cronachistico "Le azzurre si fermano sul più bello". Chissà come mai è stato ribattuto se non era né derisorio né discriminante...

Il bodyshaming sportivo nel giornalismo italiano
Questo agghiacciante titolo odierno mi ha riportato alla mente un fatto avvenuto proprio in questo periodo ma un anno fa. Durante i mondiali di nuoto a Kazan', Katie Ledecky (atleta USA, classe 1997) ha fatto il record del mondo nel 1500 m stile libero. La giovanissima e talentuosa nuotatrice, fresca di record del mondo, è stata presentata da Rai Sport come "una ragazzona che non brilla per grazia o bellezza".

Perché le atlete devono rientrare nei canoni imposti - che so - alle modelle? Perché? Dove sta scritto? Perché di un talento straordinario - come la Ledecky un anno fa e le nostre azzurre dell'arco quest'anno - l'unica cosa che conta è che per tale giornalista non siano "carine"? Viviamo in una società in cui se non sei magro, non sei bello e se non sei bello, puoi fare tutto quello che vuoi - perfino vincere il record del mondo - ma non sarai mai "abbastanza". E io non ci sto. Io mi oppongo. Io voglio che questi talenti vengano esaltati per il loro stesso essere e non per come appaiono. Essere magri non è un obbligo, rientrare nei vostri maledetti standard non è legge. E' ora che il giornalismo italiano se lo metta in testa.

In Italia è generalmente diffusa la tendenza di ignorare qualsiasi sport che non sia il calcio. Abbiamo una tradizione sportiva amplissima e profondamente radicata e i grandi risultati che stiamo già ottenendo a Rio ne sono la prova. Ignorare completamente gli sport considerati "minori" per anni e poi ricordarsi di loro solo quando vincono una medaglia (guadagnata con anni di allenamento e di impegno) o quando ottengono un risultato inaspettato è da ipocriti ma almeno regala a questi ragazzi e a queste ragazze la notorietà che si meritano. Usarli invece per dei titoletti da mentecatti, offendendo il loro aspetto (e dunque la loro persona) mancando di rispetto agli anni di sacrifici e di duro lavoro che hanno impiegato nella loro disciplina è da stronzi oltre da persone poco professionali. Sono profondamente indignata per come sono state trattate le azzurre dell'arco, lo trovo un precedente vergognoso che le macchierà ingiustamente e a vita.

La lettera del presidente di FitARCO al Resto del Carlino (fonte)
Riporto di seguito la lettera che Mario Scarzella (Presidente Federazione Italiana Tiro con l'Arco) ha scritto al Direttore del Resto del Carlino perché ne condivido ogni parola e vorrei che la leggeste tutti.

"Caro Direttore, questa mattina da Rio de Janeiro siamo rimasti basiti nel leggere su Il Resto del Carlino il titolo che recitava "Il trio delle ciocciottelle..." - a nostro avviso a dir poco irriguardoso - rivolto alle nostre atlete Guendalina Sartori, Lucilla Boari e Claudia Mandia. Se Il Resto del Carlino fosse una rivista scandalistica non avremmo nulla da dire, ma focalizzare l'attenzione sull'aspetto fisico di queste ragazze su un quotidiano, che scandalistico non dovrebbe essere considerata la sua lunga e prestigiosa storia, è stato davvero di cattivo gusto. Ci chiediamo in effetti se si possa definire giornalismo serio un titolo come questo, soprattutto in un giorno difficilissimo per delle giovani ragazze all'esordio Olimpico, che hanno lavorato per quattro anni nel silenzio dei media per vivere una delle delusioni più cocenti della loro vita, sia personale che sportiva. Una sconfitta - che tale non è, perché il 4° posto a squadre nel femminile resta il miglior risultato del tiro con l'arco italiano nella storia dei Giochi Olimpici - che purtroppo le segnerà per tutta la vita, ben sapendo che non c'è nessuna certezza per loro di poter godere di una seconda opportunità per riscattarsi. Eppure Guendalina, Lucilla e Claudia, nella quasi totale indifferenza dei media italiani - e tra questi c'è anche il Suo quotidiano che non ci sembra abbia mai approfondito la conoscenza del tiro con l'arco e del ruolo che l'Italia ricopre in seno al panorama internazionale - si sono guadagnate con la forza del lavoro giornaliero l'opportunità di scrivere il loro nome nella storia dello sport italiano. Per poterlo fare hanno fatto dei sacrifici che probabilmente nemmeno immagina, rinunciando a gran parte delle cose che le loro coetanee considerano normalità. Per 4 anni hanno lavorato sodo per tenere alto l'onore italiano in occasione dei Giochi Olimpici. Quella di ieri è stata per l'Italia femminile una vera impresa e ridurre il tutto con un titolo che le definisce delle semplici "cicciottelle" lo consideriamo davvero di cattivo gusto. Dopo le lacrime che queste ragazze hanno versato per tutta la notte, questa mattina, invece di trovare il sostengo della stampa italiana per un'impresa sfiorata, hanno dovuto subire anche questa umiliazione. Gli arcieri italiani sono in rivolta e noi ci sentiamo di giustificare la loro rabbia. A nostro avviso sarebbe giusto ripensare a quel titolo e, forse, rivolgere delle scuse alle nostre ragazze."

Infine, voglio dire una cosa a Guendalina, Lucilla e Claudia ed è quello che avrei voluto che la nostra stampa dicesse loro: dovete essere fiere di dove siete arrivate, siete il nostro orgoglio. Punto.

EDIT del giorno dopo: il linciaggio su Internet e il licenziamento del direttore di QS
Relativamente a ‪#‎IODONNACONGLISHORTS‬, il giorno del "fattaccio" su IoDonna e del lancio dell'hashtag, scrissi un pensiero di cui vi copio qui una parte: "Quando lanci un tuo pensiero nell'immenso mondo dell'internet, non puoi sapere che seguito avrà. Non sai se verrà letto e/o condiviso, non sai se verrà apprezzato e soprattutto non sai se verrà frainteso. La stragrande maggioranza di chi ha utilizzato il mio hashtag lo ha fatto in linea con lo spirito con cui l'avevo lanciato - la condivisione, la voglia di spezzare tutta questa morbosità nei confronti del corpo altrui - ma c'è stato anche chi lo ha usato in un modo che assolutamente non mi appartiene. Mi dissocio da tutti coloro che hanno scritto cose come "vorrei vedere la giornalista che ha scritto quelle cose indossare gli shorts" oppure "giornalisti di merda" o ancora "la giornalista sarà sicuramente una balena/bidone/palla di cellulite" e altre offese su questa linea. Non si può lottare per non essere disprezzate sulla base del fisico e poi però, alla prima occasione, offendere il corpo di chi a sua volta ha fatto Body Shaming. Non è così che se ne esce. Non è per quello che è nato il tag e sono felice, infatti, che questi casi estremi siano pochi ed isolati. D'altronde io sono responsabile di quello che dico, non di quello che gli altri capiscono." Lo riporto qui oggi perché ho appreso la notizia del fatto che il direttore di QS è stato sollevato dall'incarico. Vorrei che fosse chiaro a tutti che è OVVIO che non è stato licenziato per colpa del mio post o degli altri 100 post apparsi sul internet nella giornata di ieri. E' stato licenziato perché evidentemente una mossa del genere è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e la cosa era già nell'aria. Detto questo, ovviamente non mi troverete mai a gioire per qualcuno che perde il lavoro e soprattutto non mi troverete mai a prendermela con un singolo in particolare. Non so il nome della giornalista di IoDonna che ha scritto quella cosa allora e allo stesso modo non ho voluto sapere chi fosse l'autore del titolo dell'articolo sulle ragazze dell'arco. Non è questo il punto, non lo è mai stato, mai lo sarà. Il punto è come viene vista la donna nei media, come se ne parla, come viene comunicata. La cosa grave non è un "cicciottella", la cosa grave è che di 3 ragazze che hanno raggiunto il livello più alto mai raggiunto da una squadra femminile italiana di tiro con l'arco tutto quello che si trova da dire è che siano "cicciottelle". Io SPERO che questo sia chiaro. Non voglio più leggere "andrebbero licenziati/ammazzati/pestati" riferito ai giornalisti: ne ho letti pochi per fortuna, ma li ho letti ed è gravissimo. Non si risolve un cazzo rispondendo così. Cecilia Strada oggi ha scritto questo cosa che copio qui perché è esattamente quello che intendevo con i miei post di ieri: "il problema non è la ciccia, il problema è la comunicazione quando parla di donne. È lo stesso - e succede continuamente - quando mette l'accento sul "delizioso lato B", che appartenga a un'atleta, un'insegnante o una deputata; è lo stesso quando titola "la candidata mamma e separata", ma non titola mai "il candidato separato" (e per gli uomini non aleggia mai un "chissà dove troverà il tempo per stare con i suoi figli"); una comunicazione che può raggiungere il suo apice quando una donna è vittima di un crimine e nel giro di un paragrafo può diventare quella che, con i suoi comportamenti, "gli ha fatto perdere la testa" e alla fin fine se l'è andata a cercare; la comunicazione che, quando una donna transessuale viene uccisa, la umilia chiamandola "un transessuale". Eccetera, eccetera, eccetera. Ora, io credo che nella gran parte dei casi - tra chi scrive e chi passa i pezzi - non ci sia malafede ma solo mala educazione, come tutti noi. Perciò proporrei un piccolo esercizio: dopo aver scritto, chiedersi "se parlassi di un uomo, direi le stesse cose, nello stesso modo?". Se la risposta è forse no, rileggere il pezzo con attenzione, e magari parlarne con un'amica."

3 commenti:

  1. Con le lacrime agli occhi, ti ringrazio davvero tanto.

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  2. I giornalisti vogliono essere "originali" senza capire che le parole fanno male più delle armi.... O forse lo sanno bene perchè le parole sono il loro pane quotidiano e...ne approfittano! Anche questa è pubblicità!!!!!! Grazie Iris

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